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La fase di maltempo che ha interessato le regioni settentrionali italiane ed il Triveneto in particolare, ha determinato l’ultimo grave episodio di esondazioni ed allagamenti che ha interessato molti comuni tra la bassa e media pianura padovana. Tralasciando se questo accanimento di perturbazioni atlantiche sia da ascrivere a cambiamenti climatici causati dall’uomo, il dato certo è che l’inverno 2013/14 rappresenta una stagione record sia sotto il profilo delle temperature che delle precipitazioni:  piovose in pianura e nevose in montagna. Il mese di gennaio è stato il più caldo a Padova da quando esistono le rilevazioni ovvero dal ‘700, questo significa che l’anomalia nelle nostre zone è stata tra i 4 e i 5 gradi superiore alle medie storiche. Per capirci un simile discostamento di valori termici lo avevamo registrato nel terribile agosto del 2003. Tuttavia l’altro dato che fa riflettere e che poi ha determinato questa situazione di costante pericolo sono state le precipitazioni eccezionali, in montagna fino a 5 volte quello che cade normalmente durante questo periodo. Tanto per citare un esempio sulle Dolomiti abbiamo avuto paesi isolati da muri di neve alti in alcuni punti fin oltre i 4 metri.

Come detto la persistenza di questo quadro sfavorevole è derivata dall’insolita attività della bassa pressione atlantica fucina inesauribile, per gran parte dell’inverno, di depressioni dirette verso l’Europa occidentale ed il Mediterraneo.  Potremmo collegare questa configurazione persistente all’anomalo inverno nordamericano, al contrario del nostro eccezionalmente freddo, e al flusso gelido in uscita dal Quebec  che per contrasto con l’acqua più tiepida dell’oceano, ha comportato la formazione continua di onde cicloniche dirette poi verso l’altro lato dell’Atlantico. Immagine Immagine Ritornando al nostro focus, dagli ultimi giorni di gennaio alla prima decade di febbraio si sono susseguiti, senza soluzione di continuità, una serie di impulsi perturbati ricolmi di aria umida, che si sono rafforzati ulteriormente scorrendo sopra il mite mar Mediterraneo. In questo modo si sono create condizioni di forte maltempo sul nord  Italia con precipitazioni concentrate in particolar modo a ridosso  dei rilievi alpini perpendicolari al flusso meridionale instabile, il cosidetto fenomeno dello Stau. Per quanto concerne la bassa pianura abbiamo avuto contemporaneamente  intense pioggie, fino oltre 100 mm, un'enorme massa d'acqua che necessita normalmente del sollevamento meccanico tramite le idrovore, per essere smaltita nei  canali di scolo. Ma con la concomitanza delle forti precipitazioni sulle piccole Dolomiti (dalle quali nascono l’Agno-Frassine-Guà e il Bacchiglione) temendo il collasso del nostro fragile equilibrio idrologico, già 3-4 giorni (venerdi 31 gennaio) prima dell’ipotetica piena, sono state spente. Purtroppo l’inclemenza delle condizioni meteorologiche ha fatto si che questi rimedi non fossero sufficienti per scongiurare allagamenti, tuttavia sembrerebbe abbastanza chiaro che la tempestività delle decisioni prese dal Genio Civile durante l’emergenza, serviva per scongiurare mali maggiori dovuti a possibili rotture arginali, che a differenza dell’alluvione del 2010 non si sono verificate. Immagine Le aree colpite sono state numerose all’interno della provincia di Padova, soprattutto sulla media e bassa pianura in corrispondenza dei reticoli degli scoli del bacino del Bacchiglione e del Fratta-Gorzone. In particolare ricordiamo l’esondazione del Terrazzo tra il territorio di Merlara e quello della frazione veronese di Begosso, la piena del Bisatto e gli allagamenti a Lozzo Atestino, ancora allagamenti nei comuni di Rovolon, Selvazzano e Rubano. Senza contare il timore di una rottura, durante l’intera giornata del 4 febbraio, degli argini del Gorzone tra i  territori di Vighizzolo, Vescovana, Granze e Stanghella e del Bacchiglione da Ponte S.Nicolò, Bovolenta, Casalserugo. I danni più seri purtroppo sono avvenuti nei comuni di Battaglia e Montegrotto per il collasso del sistema che ha il suo perno nell’omonimo canale di Battaglia, qui  purtroppo decine di abitazioni e centinaia di sfollati hanno ricevuto il conto più salato di questa nuova alluvione. Immagine Immagine foto tratte dal sito del Mattino di Padova L’emergenza si è smorzata solo nelle prime ore della giornata del 5 febbraio quando il livello dei fiumi è sceso, si ricorda il record di Bovolenta dove il Bacchiglione ha toccato l’eccezionale valore di 7,98 metri (addirittura superiore alla piena del 2010 e del 1966) e del Fratta-Gorzone a Valli Mocenighe che ha sfiorato i 2,70 metri. Indubbiamente si tratta di dati che fanno riflettere soprattutto se consideriamo il breve lasso temporale in cui si sono ripetuti, con episodi talmente frequenti negli ultimi anni da rendere abbastanza difficile stimare dei tempi di ritorno. Nel prossimo capitolo si parlerà del gigantesco  lago delle valli, circa 7000 ettari tra la bassa padovana e il confine veronese, nei campi situati lungo il Fratta Gorzone,  la cui estensione ha raggiunto questa volta un’ampiezza davvero insolita paragonata ad altri eventi recenti, con danni ovviamente ancor più  rilevanti. Un brusco ritorno al passato per il nostro territorio ad epoche storiche in cui le paludi dominavano il paesaggio di questa porzione del padovano. Immagine