Oggi come ormai ben sapete è il cinquantesimo anniversario della cosiddetta “Alluvione di Firenze”, ma questo termine è un po’ stretto da un punto di vista geografico perché in realtà fu il Nord-est  l’area maggiormente colpita sia in termini precipitativi sia per i danni e le vittime. Certamente a Firenze il fenomeno fu molto concentrato in termini di vittime, danni e sfollati e quindi per il nome simbolico di questa alluvione si prese il nome della città Toscana.
Nelle regioni del nordest (Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino, Emilia  ed est Lombardia) i morti furono 87, in 9 province (6 a Bolzano, 26 a Trento, 26 a Belluno, 2 a Treviso, 3 a Venezia, 5 a Vicenza, 14 a Udine, 4 a Pordenone e 1 a Brescia). Gli sfollati furono oltre 42.000, di cui 25.800 in Veneto, 15.800 in Friuli-Venezia Giulia, 800 in Emilia-Romagna e oltre 400 in Trentino-Alto Adige. In Pianura Padana e nella Pianura Veneta furono inondati almeno 137 kmq di territorio, e furono riportati danni in almeno 209 Comuni. Solo in Provincia di Belluno furono danneggiati o distrutti 4300 edifici, 528 ponti e 1.346 strade.  In Toscana si contarono 47 morti, centinaia di feriti e 46.000 tra sfollati e senzatetto concentrati principalmente nella città di Firenze.
Reduci da un interessantissimo convegno tecnico sull’evento svolto presso la facoltà di Ingegneria dell’Università di Brescia, vi portiamo alcuni dati di carattere più attinente alla meteorologia e all’idrologia. Per queste nozioni ringraziamo in particolar modo i relatori A. Buzzi (CNR-ISAC Bologna) e Roberto Ranzi (docente dell’Università di Brescia). L'evento del novembre 1966 è stato il più importante in Italia nel secolo scorso, tenendo conto della sua estensione spaziale ed intensità complessiva. La situazione sinottica su scala Europea inizia i suoi movimenti il 2 novembre quando avviene uno sblocco momentaneo del flusso atlantico. Il 1 novembre è infatti presente un’alta pressione atlantico che si eleva fino quasi all’Islanda e che, nei giorni precedenti, aveva favorito la discesa di aria fredda con precoci nevicate sull’arco alpino. L’aria fredda aveva attivato un profondo sistema depressionario che dalle coste dell’Africa si estendeva fino ai paesi scandinavi.

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Dal Labrador (Canada) giunge però verso sud-est un nuovo vortice che forzando il blocco alto-pressorio causava il pendolamento dell’asse della struttura depressionaria, rendendola altamente baroclina. Si veniva quindi a formare un asse di divergenza in quota che dalle coste africane si sviluppava fino a nord passando per la Toscana e per il Triveneto.

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Lungo questo asse si sviluppavano una serie di depressioni che risalivano il Mediterraneo impattando su Toscana e nord-est. Sul Tirreno si veniva a formare una sorte di fronte freddo praticamente stazionario, lungo il quale si verificavano forti moti convettivi, mentre il triveneto era interessato dall’occlusione del sistema. Potremo definirlo quindi un sistema convettivo lineare V-Shape su mesoscala i cui effetti non sono stati particolarmente duraturi in quanto l’evento precipitativo è durato meno di 48 ore. Su questo fronte risalivano numerosi minimi relativi, associati a fenomeni convettivi dal Tirreno alla Toscana, mentre sul nord-est la fenomenologia convettiva era praticamente assente ma gli effetti vennero esaltati dall’occlusione e dal sollevamento orografico sulle prealpi Venete e Friulane.

Di seguito la mappa sinottica pubblicata da Fea et al. [1968] e rielaborata nello studio “The 1966 “century” flood in Italy: A meteorological and hydrological revisitation” redatto nel 2006 da P.Malguzzi, G. Grossi, A. Buzzi, R. Ranzi e R.Buizza. La mappa è riferita alle ore 0:00 del 4 novembre 1966 e le linee continue nere indicano la pressione al suolo con un intervallo di 2 hPa, mentre quelle blu e rosse la tendenza nelle 6 ore successive rispettivamente positiva o negativa. Le macchie verdi sono la riflettività del radar di Fiumicino e rappresentano quindi il top dei sistemi convettivi.

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Ora da un punto di vista sinottico non possiamo certamente definirla una situazione rara ed eccezionale. Si tenga presente che la minima pressione registra fu solo 994 hPa  perché nella stagione autunnale sono soventi queste situazioni di blocco e sblocco Atlantico. Ad esempio una configurazione molto simile è avvenuta lo scorso 14 ottobre 2016 anche se la saccatura è stata meno profonda.

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Ma allora cosa ci fu di eccezionale per scatenare tutte quelle precipitazioni in meno di 48 ore? Accadde che il sistema aggancio e sollevò dall’Africa settentrionale delle masse d’aria molto umide di origine sub-tropicale atlantica. Il forte gradiente di pressione E-W e l’elevata baroclinicità del sistema crearono le condizioni per l’attivazione di imponete flusso di vapore che viene definito come “atmospheric river”, nel quale il contributo mediterraneo fu marginale in quanto la maggior parte del vapore fu di origine subtropicale (Bertò, A., A. Buzzi, e D. Zardi, 2004), con una connessione diretta tra le aree di Tropical Moisture Export e il Warm Conveyor Belt della saccatura. Il rilascio del calore latente di condensazione di questo flusso umido impresse un’ulteriore spinta verso l’alto delle masse d’aria e andò a creare un feedback per il richiamo di ulteriore aria umida da meridione. L’eccezionalità di questo evento atmosferico e gli effetti conseguenti sono quindi dovuti all’eccezionalità del flusso di vapore, mentre la configurazione sinottica era particolare ma non certamente rara.


Questi sono gli accumuli in 48 ore tratti dallo studio “The 1966 “century” flood in Italy: A meteorological and hydrological revisitation” redatto nel 2006 da P.Malguzzi, G. Grossi, A. Buzzi, R. Ranzi e R. Buizza. Sono abbastanza evidenti le aree interessate dal sollevamento del “atmospheric river” lungo il fronte freddo e attraverso l’impatto con le Prealpi. Con i pallini sono indicate le precipitazioni registrate mentre le colorazioni sono riferite alla simulazione delle precipitazioni effettuata nel loro studio.

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Per quanto riguarda gli effetti precipitativi nel triveneto si registrarono le maggiori precipitazioni con accumuli in meno di 48 ore di oltre i 500 mm sulle prealpi Venete e di oltre 700 mm su quelle Friulane.

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Tutti i fiumi Veneti della rete idrografica principale registrarono le piene più elevate del secolo ed in Veneto il Piave fu il fiume che creò i maggiori danni. L’Adige colpì duramente la città di Trento ma risparmiò Verona grazie allo scolmatore Adige-Garda e al bacino di Santa Giustina che in quell’occasione invasò oltre il massimo livello di invaso. Il massimo contributo alla piena dell’Adige venne dal torrente Avisio il cui bacino fu interessato da accumuli di 200-300 mm di pioggia in 48 ore. Nelle altre aree del bacino del fiume Adige i contribuiti pluviometrici non furono eccezionali. Tuttavia, vi fu un contributo significativo alle portate idriche dell’Adige e del Piave dallo scioglimento del manto nevoso, ben presente in trentino alto Adige fino e in alto Veneto a quote di 800-1000 metri.