IL FREDDO

Fra tutti gli elementi il più minaccioso.
Nel suo viaggio dalle zone più settentrionali del pianeta, porta con sé condizioni meteorologiche molto pericolose.
Tutto comincia quassù, nell’artico

 

16 milioni di metri quadrati di solido ghiaccio, un’area più vasta di India e Cina messa insieme. Splende il sole, i venti sono leggeri, e cade pochissima neve.

Sembra un deserto, infatti è considerato tale, ma è un deserto perennemente ghiacciato. Cosa lo mantiene in questo stato?
Siamo soliti definire la Terra il pianeta azzurro, ma vista dall’alto l’artico appare bianco tutto l’anno. Questo perché la terra è inclinata sul proprio asse, e durante l’inverno nel nostro emisfero, il Polo Nord è sempre lontano dal Sole, la notte è perenne e le temperature scendono oltre i 50° sotto zero.

Nel corso dell’anno, la Terra prosegue il viaggio lungo la sua orbita e il Polo Nord si inclina verso il Sole, le stagioni così si avvicendano, e l’estate torna nel nostro emisfero, sull’Artico il Sole splende quasi 24h al giorno, ma perfino nella stagione più calda e temperature sono appena superiori allo 0. Non bastano per sciogliere il ghiaccio.
L’immensa distesa gelata, mantiene l’aria immediatamente soprastante quasi alla sua stessa temperatura, poco al di sopra però, l’aria più calda preme con forza, costringendo lo strato freddo a scivolare lentamente verso sud.
Questa massa d’aria in movimento è il primo soffio del vento polare, che trasporta l’inverno fuori dall’ambiente Artico, e accelera la sua corsa man mano che procede verso le nostre latitudini.
Il vento polare che soffia verso questa direzione, è destinato a scontrarsi con l’aria calda proveniente dall’Equatore, ed è proprio qui, dove le due masse d’aria si scontrano che le condizioni meteorologiche possono diventare davvero invivibili. Alla stazione meteorologica del monte Washington, nel nord-est degli Stati Uniti, il vento soffia abitualmente a 70 km/h. Quando il vento si aggiunge al freddo fa sembrare ancora più bassa la temperatura, perché spazza via in un attimo, il sottile guscio di aria più calda che in condizioni normali riveste il nostro corpo.
E’ in regioni come queste che è più frequente assistere ad un fenomeno meteorologico davvero drammatico: una tempesta di ghiaccio, come quella che colpì Montreal in Canada nel gennaio 1998, riducendo le città le zone circostanti ad una paralisi totale per parecchi giorni.
Nella sera del 4 gennaio, una massa di aria gelida si posò come una coperta sul nord-est del paese. A ricoprirla dal Texas, arrivò una massa di aria calda e umida. La pioggia generata dallo scontro dei due fronti, quella volta non riuscì a diventare neve.
La pioggia, attraversando lo strato di aria fredda, non ha il tempo di congelarsi e trasformarsi in neve, ma raggiunge il punto di congelamento che chiamiamo superfreddo. In realtà è una temperatura che al di sotto dello zero, sotto il punto di congelamento, e quando colpisce un’oggetto che è al di sotto dello 0, compie istantaneamente la trasformazione. Il ghiaccio che produce in questo modo, è una tra le materie più dure e adesive che la natura possa produrre.
Le tempeste di ghiaccio in genere durano solo poche ore, quella del 1998 fu diversa: arrivò a ondate.
Il ghiaccio colpì a cuore le infrastrutture cittadine. Il bilancio fu drammatico: 50.000 persone costrette a lasciare le loro case, 35 morti e centinaia di feriti in condizioni critiche, linee elettriche distrutte, con una danno di quasi 1 miliardo di euro.
Proseguendo nel nostro viaggio verso sud, la morsa dell’inverno si fa sempre meno stretta, fino ad arrivare all’Equatore dove non esistono più le differenze tra le stagioni, e in alta quota allora che il freddo diventa un compagno abituale. Perfino nelle zone più calde del pianeta, la neve non manca mai.

La neve è il segno più caratteristico dell’inverno e al tempo stesso un miracolo della natura.

La vita di un fiocco di neve inizia nelle nuvole: qui minuscole gocce d’acqua vengono attratte vicino alla loro superficie (più fredda) e si congelano, formando cristalli di ghiaccio. Goccioline d’acqua sempre più numerose si attaccano al cristallo di ghiaccio che a poco a poco si trasforma in fiocco di neve, e quando è abbastanza pesante si stacca e cade a terra. Visto al miscroscopio elettronico, i primissimi piani del fiocco di neve rivelano la loro complessità. Un vero e proprio miracolo di ingegneria atmosferica.

Nei dati storici italiani, possiamo ricordare le storiche nevicate record 1939 e del 1965, quando a Roma caddero ben 40 cm di neve, congelando una città poco abituata ad episodi del genere.

 

Domenico Ferrara

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